La gita a Chiasso

Trent'anni di sconfinamenti culturali tra Svizzera e Italia (1935-1965)

Recensione di Mazzucchetti a Guido Calgari, “Storia delle quattro letterature della Svizzera” (in “Il Ponte”, 1959)

Recensione molto positiva a Calgari, Storia delle quattro letterature della Svizzera (Miano, Nuova Accademia, 1959), che mette in luce come l’autore faccia emergere l’italianità del Ticino, e si sofferma sulla possibile prospettiva dei lettori italiani del volume. Il libro fu poi riedito e ampliato col titolo Le 4 letterature della Svizzera (Firenze: Sansoni, 1968).

Trascrizione:

GUIDO CALGARI – Storia delle quattro letterature della Svizzera / Nuova Accademia Editrice, Milano, pgg. 573 L. 3.600 à

È un lavoro che andava fatto e che è stato ben fatto; un libro riuscito certamente difficile per l’autore, ma facile per il lettore; un’impresa coraggiosa senza presunzione e modesta senza timidità. Che cosa vorremmo di più? Uno di quei ticinesi che l’italianità del Ticino cerca vuol di difendere nel modo migliore, cioè ben studiando e assimilando le dissimili anime della sua tripartita o quadripartita, cercando di serbar scorrevole il reciproco flusso del sangue culturale tra le singole orecchiette di quell’unico cuore, uno Svizzero di molteplici benemerenze, che fa il professore di letteratura italiana al Politecnico di Zurigo e dirige la Rivista della Svizzera Italiana a Lugano, ha avuto la baldanza di assumersi questo compito davvero preoccupante: scrivere la storia delle quattro letterature “nazionali” (alemannica, retoromancia, italiana e romanda), cominciando proprio dal Monastero di San Gallo e dagli umanisti luganesi e dai riformatori calvinisti per giungere poi con generosa, attenta completezza a … tutti i suoi contemporanei! Non si è lasciato spaventare né trattenere dai “problemi base” circa la legittimità o meno dell’impresa, ha accettato l’invito a inserirsi nel Thesaurus Litterarum diretto da Antonio Viscardi ben sapendo di doversi appoggiare a numerosi maestri e colleghi per giungere in porto, ma avviandosi su letture di prima mano e affidandosi al proprio personale criterio. Calgari non è tipo di lento erudito né di astruso esteta, è piuttosto un caratteristico campione di elvetismo anche in questa sua attitudine a farsi mediatore, divulgatore e moralista. Egli infatti, e ce lo dice schietto nella prefazione, si è subito proposto di “mescolare arte e vita, cioè letteratura propriamente detta e politica, moralità, costume, per riuscire ad una storia della cultura e non soltanto delle lettere”, e questo suo proponimento ha assolto nel giro di pochi anni e col solo aiuto di una fedele assistente, la dottoressa Karin Reiner, con grande coscienziosità e disinvolta bravura.

Mancando ogni opera complessiva a questa analogia, sino ad oggi era sempre stato difficoltoso ed irritante rincorrere e percorrere le correnti e i rivoli della letteratura elvetica; finalmente troviamo qui un onesto ripensamento e riferimento di ciò che rimaneva disperso nei singoli testi delle storie letterarie tedesche, italiane, francesi.

[c. 2] Guido Calgari non ha difficoltà ad ammettere a priori certi suoi peccati di eccesso nella considerazione dell’apporto ticinese alle lettere svizzere, poiché scrivendo per un libro che esce in italiano e in Italia. Il molto spazio dedicato non soltanto a Francesco Chiesa, ma anche ai minor “che dietro l’esempio del Chiesa hanno lavorato” serve d’altra parte con la sua vivacità e dimostrarci l’affettuoso estro del Calgari nel darci di maestri e di amici a lui vicinissimi veri e propri ritratti, più psicologici forse che estetici, al che proprio lui come amico era chiamato.

Penso tuttavia che il lettore italiano, già abbastanza in contatto e simpatia con le belle lettere di Monte Ceneri, andrà a leggere con la sua prima curiosità la Seconda Parte, quella dedicata alla Svizzera retoromancia. Come è noto quella del ladino e del romancio rimane per storici, filologi e politici un pasticciaccio di difficile interpretazione. Io, antica e devota discepola di Carlo Salvioni, sono rimasta alle sue ardenti tesi e teorie, né avrei energia per aggiornarmi fra le nuove polemiche e vicende glottologiche. Ma ormai dai un ventennio, dopo il riconoscimento ufficiale del 1938 della Confederazione, che conferì dignità di lingua alle care (e ahimè per me incomprensibili) parlate delle carissime terre ladine, nessuno dovrebbe ignorare questa quarta componente etnica ed artistica del microcosmo centroeuropeo, ed è davvero benvenuto il paziente ed equanime cronista della sua esistenza poetica. Il Calgari di fronte ai suoi confederati deve darsi per così dire ad una danza delle uova quando discute gli ancor discussi problemi dei frazionatissimi gruppi ladini e romanci, ma lo sa fare con simpaticissimo senso di misura, e finisce per cattivare le nostre simpatie per la esasperata ostinazione dei Romanci nel loro voler vivere e sopravvivere artisticamente. Presentandoci il loro modesto mosaico poetico ci persuade come il piccolissimo gruppo possegga “una continuità di poesia che ha del prodigioso” e come inoltre proprio esso, per le sue ballate e leggende rispecchianti l’antico orgoglio di un popolo, possa vantare oggi “la sola poesia veramente nazionale della Confederazione”.

Insomma: la forma mentis decisamente cosmopolita dell’autore, che pur parlando un dialetto lombardo pensa europeo, lo ha reso particolarmente adatto a dipinger e con bravura questo affresco sintetico della sua Elvezia dai molti volti. Né meno gli ha giovato il suo tono così poco professorale, talvolta incline ad una certa faciloneria, ma più spesso [c. 3] gustoso e schietto e argutamente nobile.

Visto che l’autore è il primo a preannunciare nella prefazione la sempre opinabile soggettività dei suoi giudizi e dei suoi criteri, sarebbe tempo perso additare i casi punti di dissenso o di delusione. Tanto per citare un poco a caso: dopo un intelligente schizzo del caso fenomeno umano e letterario di Jacob Schaffer, quasi geniale Svizzero diventato e morto fanatico hitleriano, si incontra una davvero troppo inadeguata presentazione del geniale Tedesco Herman Hesse diventato Svizzero di elezione. Forse era meglio, malgrado la madre svizzera e il vecchio passaporto, non includerlo nella letteratura svizzera, come forse era meglio rinunciare del tutto a quei grossi calibri come Burckhardt o Bachofen, che stanno solo ai margini delle belle lettere, ma che in questo libro sembrano quasi messi da canto.

Concludendo tuttavia non potrei che esprimere… invidiosa rispettosa gratitudine per lo slancio e la vivezza di questo libro da decenni auspicato e da molti senza dubbio predisposto, che ora p stato così rapidamente e pur così seriamente attuato.

Lavinia Jollos Mazzucchetti


Tipo di documento: Recensione
Autore: Lavinia Mazzucchetti
Lingua di pubblicazione: Italiano
Livello bibliografico: Articolo di periodico
Titolo della rivista / Testata: Il Ponte
Luogo / paese di pubblicazione / produzione: Firenze
Data (pubblicazione/emissione): Novembre 1959
Pagine: 1467-68
Archivio: Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori - Archivio Mazzucchetti
Tipo di supporto: Cartaceo
Fascicolo: 1661
Descrizione fisica: Cc. 3 dattiloscritte solo sul recto; mm 280 x 210.

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