Si tratta della risposta di Giovanni Rodio alla richiesta di Luigi Rusca del 19 e 21 settembre 1940 di collaborare con Zum Elsässer nella diffusione a Zurigo del libro italiano. Rodio mostra interesse per la proposta di Rusca di esporre nelle vetrine della E.N.I.T le novità librarie, tuttavia ritiene che lo spazio a disposizione sia troppo piccolo e che il progetto rischia di non portare ai frutti sperati.
Rodio inoltre non si dimostra pronto a fare della propria libreria un mercato per tutta la produzione libraria italiana: si rifiuta di vendere testi di narrativa commerciali (come ad esempio i volumi mondadoriani della collana dei Gialli). Desidera perciò continuare a rivolgere la linea commerciale di Zum Elsässer a un pubblico specializzato di “un certo livello culturale”.
Trascrizione
26 settembre 1940.
Caro Dott. Rusca,
Riscontro la Sue due del 19 e 21 corr. e Le confermo anzitutto che sarò a Zurigo tutto il 3, 4 e 5 ottobre, lieto di incontrarLa, se Lei vorrà, per riprendere il filo delle passate discussioni. Mi affretto poi a farle i miei rallegramenti per l’eleganza e la praticità con cui ha organizzato la libreria di Lugano visitata giorni fa.
E vengo alle Sue sucitate.
L’idea della “mostra permanente” delle novità librarie italiane nella vetrina dell’ENIT alla Bahnhofstrasse mi pare assai interessante, specialmente se servirà a richiamare l’attenzione soltanto sulla mia libreria. Ho esaminato sul posto la vetrina in questione. È però assai minuscola!
Comunque non è un’idea da buttar via; riterrei però che si dovrebbe ottenere di più dedicando continuativamente una delle nostre grandi vetrine solo al libro italiano. Non le pare?
Dall’esperienza fatta poi a Zurigo in questi ultimi anni credo che a Zurigo il libro italiano si venda meno bene “dalla vetrina” che non ricevendo personalmente l’interessato. Rilievo ancora che Lei mi chiede delle “garanzie” per poter fare il nome dell’Elsässer nella mostra dell’ENIT. Quali? Non vorrà farmi firmare cambiali o impegni a 500 copie di “Civiltà” in Conto Assoluto!?
Passo ora a precisare il mio punto di vista circa la vendita del libro italiano a Zurigo malamente espresso per telefono mi ha valso i fulmini della Sua seconda filippica.
Premetto che io mi prostro davanti alla Sua grande competenza e che Le sono profondamente grato degli infiniti suggerimenti datimi a tutt’oggi con tanto amichevole disinteressamento.
Mi rifiuto però recisamente a considerare la mia libreria uno smaltitoio di “tutta” la produzione cartacea italiana in Svizzera al solo scopo, o quasi, di procurare un po’ di valuta pregiata al mio Paese. Quel poco di valuta che può dare tutta l’esportazione libraria italiana in Svizzera la può dare un qualunque importatore d’aranci e limoni oppure quattro miei specialisti che facciano pali e iniezioni di cemento.
Io non concepisco dunque l’attività della mia libreria dal solo punto di vista del rastrellamento di valuta pregiata ma bensì quale centro di diffusione affermazione del pensiero e della cultura italiana in Svizzera. E preciso subito: non tanto tra i nostri connazionali – lavorati da ben efficaci organizzazioni – ma bensì tra gli svizzeri di un certo livello culturale, per potenziarne la simpatia e l’interesse per tutto quanto è italiano.
Praticamente non crede che sia più utile per il nostro Paese diffondere 50 copie di Gayda “Cosa vuole l’Italia” che vendere 500 libri gialli? Non crede più meritevole e vantaggioso per la nostra Tecnica diffondere anche solo 5 abbonamenti della nostra principale rivista tecnica che non 50 insipide traduzioni di più insipidi romanzi esteri?
E vengo al chiodo. Io non tengo affatto a guadagnare quattro soldi di più come ben dice, a perderne quattro di meno se per far questo debbo prostituirmi a vendere “anche” il ciarpame della nostra produzione libraria.
Io voglio fare una benintesa opera di italianità, non il bottegaio; un opera che sia di utilità duratura per il mio Paese e per quello amico che mi ospita.
Ho poi la pretesa di essere uno dei pochissimi italiani di una certa cultura che conosca a fondo la mentalità, le reazioni degli svizzeri tedeschi e il modo di prenderli. Perché non dovrei arbitrarmi allora di rifiutare certa produzione che diffusa ci fa più male che bene e perché vuole criticare il “lancio saltuario” di opere di durevole ed effettivo valore?
Si guadagnerà un po’ meno – in fondo non lo credo – ma si terrà alto il prestigio della nostra produzione libraria ed in ultima analisi del nostro Paese che è quel che conta.
Per tutte queste ragioni e perché ho l’impertinente ambizione di servire i veri interessi del mio Paese e non solo quelli di una classe, desidero e spero di essere potentemente sorretto ed aiutato moralmente da tutte le persone intelligenti e ben pensanti come Lei in alto e in altissimo loco.
A voce Le dirò, come, malgrado le apparenze, non sia rimasto inattivo davanti alle innegabili difficoltà del momento e se occorre Le spiegherò meglio il mio punto di vista. E vedrà che, come sempre, ci troveremo ben d’accordo.
Si abbia per intanto, caro Dott. Rusca, i miei più cordiali saluti.